La saga della divisa Alitalia: abbiamo scherzato!





Mentre il povero Bilotta, rivendicando il suo genio creativo tristemente incompreso, rilasciava interviste indignate sull’abolizione unilaterale delle calze colorate dalle divise del personale femminile Alitalia, alle sue spalle si ordiva una trama assai più inquietante: con un involontario black humor dopo solo pochi giorni dalla pubblicazione delle proteste dello stilista, l’azienda ha annunciato al popolo della compagnia ed al perplesso pubblico esterno che Alberta Ferretti è stata incaricata di disegnare la nuova divisa e che dunque rinnoverà l’immagine di Alitalia con una collezione che coniuga eleganza e praticità (anche a voi la parola coniugare evoca inquietanti immagini di asteroidi che colpiscono bersagli colpevoli di spergiuro? neanche fosse una metafora di questa triste storia…).


Si è deciso (annunciano) di sostituire l’attuale modello con un nuovo disegno firmato da uno stilista di fama mondiale (appunto: il letale asteroide sul creativo dai laziali natali!).
La scelta di cambiare le divise è stata presa per rispondere alle richieste del personale operativo con
il proposito di migliorare il confort il benessere e la qualità del lavoro di chi indossa la divisa tutti i giorni e in ogni stagione.
Traduzione: non si può pensare di compiere un atto creativamente rivoluzionario mandando in giro  persone che lavorano travestite come se fossero su una passerella di haute couture (che, notoriamente, ha poco a che fare con i corridoi degli aerei e i moli degli aeroporti, la vita vera, insomma), incuranti di ciò che fanno, di chi sono, e del perché indossano quell’abito. In quanto al tocco magico delle calze colorate di rosso e di verde, rivendicate come un simbolo di originalità, nessuna donna italiana al di sopra degli otto anni accetterebbe di indossarle! È evidente che chi con questa uniforme doveva lavorarci non ha avuto voce in capitolo. E pensare che persino l’Alitalia dei patrioti berlusconiani aveva istituito delle giornate di brainstorming sulla divisa (che pensava di sostituire, prima che la situazione economica precipitasse definitivamente) a cui erano stati invitati i lavoratori per dire la loro. E le indicazioni che ne erano scaturite non avevano davvero nulla a che vedere con la creazione dello stilista di Aprilia e della sua complice anglosassone (perché bisogna riconoscerlo: il povero Bilotta non è l'unico responsabile di quanto accaduto).
Al di là  del mero aspetto estetico, questa uniforme ha una serie di problemi che riguardano la vestibilità, la praticità ed il confort che la rendono poco apprezzata sotto tutti gli aspetti dai lavoratori.
Merita quindi una doverosa menzione l’ondata di trionfante entusiasmo che si è propagata sui social 
all’annuncio della novità prevista per la prossima estate: i dipendenti hanno accolto la novella con un senso di liberazione misto ad un immenso sentimento di gratitudine nei confronti dei tre commissari che accompagna la volontà di rivalsa nei confronti della gestione aguzzina di Etihad di cui il povero Bilotta è diventato il simbolo (Grazie Signore, Grazie!!!). Per la prima volta  nella storia della compagnia si leggono sui social dichiarazioni di amore incondizionato nei confronti degli alti dirigenti aziendali. Se questa era un’operazione simpatia indirizzata ai dipendenti, bisogna ammettere che ha avuto successo, molto di più dei diversi tentativi messi in campo dalle gestioni precedenti. Insomma se la comunicazione è associata all’azione, probabilmente funziona. Sapevatelo.
A detta dei commissari le divise Alitalia sono tradizionalmente un’icona di stile e vogliamo che siano un simbolo dell’italianità.
L’italianità in Alitalia è di certo un concetto problematico, talvolta funesto evocatore di un triste passato: tema centrale di una campagna elettorale giocata sui destini della compagnia e di migliaia di lavoratori, è stata prontamente seppellita all’occorrenza, con la vendita ad Etihad. Adesso ritorna trionfante ed ha un accezione meramente culturale e positiva e per una volta non è usata come un’arma letale. E’ evidente che stile e italianità non hanno nulla a che vedere con i colori della bandiera infilati a forza dentro un vestito (la divisa Alitalia è una versione multicolor di quella adottata da Etihad, firmata dallo stesso Bilotta); né è compatibile col travestimento da suonatori di fisarmonica, a temperatura fissa ovviamente tropicale, imposto al personale maschile, che merita una giusta vendetta: italianità stile eleganza non sono concetti superficiali facili da scimmiottare per chi questa cultura non la possiede, e che, invece, ha tentato in ogni modo di cancellarla con una serie di imposizioni calate dall’alto  denotate da una scarsa volontà di comprensione del contesto, da una considerazione di Alitalia come una personale terra di conquista sia economica che di mercato (vogliamo parlare del destino del programma MilleMiglia?), oltre che da una incapacità evidente di gestione finanziaria in una realtà regolata da severe leggi comunitarie (vedi le altre compagnie europee in cui la società di Abu Dhabi ha messo mano).
E così dopo poco più di un anno  dalla trionfale presentazione della divisa rossoverde si provvede oggi alla sua rapida rimozione, cogliendo la scusa della sostituzione dei materiali ed il reintegro dei capi: una colpo di spugna sulle testimonianze del funesto passaggio di Etihad. E degli errori commessi nelle decisioni politiche ed imprenditoriali prese ostinatamente ai danni della compagnia.

Insomma: abbiamo scherzato. Torna tutto come prima. O quasi.

Peccato che tutti questi errori abbiano un prezzo oltremodo elevato, da tutti i punti di vista, che tutti noi, dipendenti e nazione, stiamo ancora pagando. Anche se Alberta Ferretti non chiederà compensi per il design.

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