Io sto con i lavoratori Alitalia




Che sia chiaro: sono anni che gli assistenti di volo Alitalia riallestiscono le toilette su ogni volo (e non solo sulle tratte brevi)  da molto prima dell’ingresso degli arabi di Ethiad: qualcuno dovrà dirlo a Repubblica. Così come qualcuno dovrà avvertire la poetica autrice dello sconcertante articolo un po’ retrò (e molto sessista) de Il giornale che gli anni '50 e '60 sono passati, la Pan AM ha chiuso diversi anni fa e gli dei sono precipitati al suolo da un pezzo. E per carità, fatevene una ragione, gli assistenti di volo appartengono ad entrambi i generi: possibile non ve ne siate ancora accorti?
Nell’immaginario collettivo il dipendente Alitalia è esclusivamente un pilota (maschio) o una hostess (femmina);  abbronzato/a e sempre in vacanza,  gode di immani privilegi di cui deve necessariamente rendere conto alla popolazione comune. Pagando un pegno. Articoli sul tono da “resa dei conti” finale si succedono per ogni crisi vertenza o gossip della compagnia di bandiera. Ed una marea di benpensanti si unisce al coro del dileggio (quale mirabile soddisfazione vedere le eteree creature del cielo precipitare nel fango?) e poco importa che le persone di Alitalia siano sì assistenti di volo, piloti, addetti di scalo, ma anche operai, impiegati eccetera con  stipendi e contratti in linea con quelli di tutte le altre compagnia, talvolta anche peggiori, l’importante in questo paese è inveire a gran voce contro i presunti favori di cui si avvantaggia il tuo vicino di casa.
E in Alitalia sì, si gode dell’innegabile privilegio di vivere da anni sotto una mannaia pronta ad abbassarsi, e di vedersi peggiorare normativa e stipendi a cadenze sempre più fitte. Se naturalmente si ignorano i licenziamenti (in migliaia, tra azienda madre ed indotto, gestiti spesso in modo iniquo). Quindi se i dipendenti si sono stufati di accompagnare i vari trionfanti ingressi dei salvatori di turno con sacrifici personali (l’ultima acquisizione ha portato sia licenziamenti che riduzioni di stipendio e per i naviganti anche il blocco delle tredicesime), di assistere ai repentini cambi di direzioni strategiche che ogni subentrante top management si porta dietro (sì Malpensa tutti a Milano, no Malpensa si rientra, concentriamoci sul medio raggio e facciamo concorrenza alle low cost anzi no incrementiamo il lungo raggio – ma senza aerei e chiudendo in continuazione rotte…) il tutto mentre l’utente tuona contro la compagnia, contro i contributi statali (ma è felice di pagarli per Ryan Air…) ma soprattutto contro i lavoratori, forse un minimo di ragione ce l’hanno.
Anche le crisi aziendali seguono l’evoluzione dei tempi: le ultime sono sempre più on line. Le proteste vere, quelle fisiche si annullano grazie alla nostra normativa restrittiva sugli scioperi; così mentre gli altri, Air France, British Airways, Lufthansa, bloccano il traffico aereo per giorni in Italia si procede con ristrutturazioni tagli e licenziamenti senza colpo ferire. Però se ne parla tanto, così tanto che l’utenza è convinta che ci sia uno stato di guerriglia latente e che i loro spostamenti siano a rischio; e tutti si sentono in diritto di esprimersi indicando la geniale soluzione, spesso accompagnata da accuse random; e ai dipendenti non resta altro che sfogarsi con le parole sperando che qualcuno le legga e magari le capisca pure. L’informazione tradizionale, stavolta, novità assoluta, sorprendentemente diffonde. E così i piloti cercano di accattivarsi la simpatia dell’utenza con un video diventato virale, gli assistenti di volo scrivono accorate lettere  ai passeggeri, altri pongono domande che arrivano alla stampa e alle quali la compagnia tignosamente risponde... senza che nel frattempo si sia comunque preoccupata di pubblicare uno straccio di piano industriale… 
Le esternazioni distribuite nei social restano rigorosamente anonime per paura delle ritorsioni da parte dell’azienda (che non si è risparmiata di comminare sanzioni varie e persino di licenziare qualche dipendente che aveva osato esprimere opinioni critiche anche se in gruppi chiusi al pubblico esterno), e purtroppo rimangono occasionali e disorganizzate tanto che qualcuno ha pensato di lanciare l'hashtag unificante: #iostoconilavoratoriAlitalia. Perché uno dei problemi dei lavoratori Alitalia (che potrebbe e dovrebbe invece essere un valore aggiunto) è proprio quello di raccogliere professionalità diverse che ritengono di avere scopi e riconoscimenti differenziati e spesso in conflitto.
L’annuncio della inevitabile crisi, sebbene preceduto da una serie di segnali di allarme troppo flebili per essere colti in un paese il cui destino è stato congelato per mesi da un referendum, stride fortemente con la faraonica comunicazione messa in atto dall’ultima gestione: le meravigliose convention ispirate alle notti d’Arabia, con Vip in primo piano, livree rimaneggiate, interni rimodulati, e lancio di nuove uniformi delle quali tutto si può dire fuorché che siano sobrie, accompagnato da cartelloni pubblicitari che hanno invaso le nostre città. Tutto improntato ad uno sfarzo eccessivo anche per la nostra cultura.
E la soluzione proposta? La solita: tagli e sacrifici. Solo quella, per il momento. Per i dipendenti, beninteso; i top manager (e i politici) responsabili veri dei molteplici disastri non hanno mai pagato, anzi, nel passato si sono congedati con liquidazioni faraoniche, ovvia compensazione per capolavori irripetibili di gestioni fallimentari…
Persino i sindacati oggi si sono rifiutati di continuare a trattare senza la sostanza di un piano industriale appellandosi al governo. E adesso si attendono gli sviluppi. Sperando naturalmente di non vedere la solita bagarre: perché se i critici delle politiche industriali della compagnia puntano il dito contro i sindacati accusati di essere troppo potenti, ciò che i lavoratori in questo paese percepiscono è assolutamente differente: ed è la perdita di ogni tutela di fronte a un sindacato (tutto, autonomi compresi: non è sufficiente dire sempre no e poi correre a firmare accordi beceri in modo postumo per “non essere esclusi”; questa può essere un’ottima tattica per attirare iscritti ma  non protegge i dipendenti dalle conseguenze inappellabili) privato di qualsiasi potere di lotta e pronto a piegarsi alle più inconsistenti e devastanti strategie industriali.
È davvero demoralizzante lo spettacolo tristemente consueto delle guerre in questi frangenti tra sigle litigiose che si attaccano a vicenda per guadagnare iscritti, dileggiandosi reciprocamente: una strategia geniale che offre un fantastico fronte disgregato alla controparte, e che probabilmente è funzionale unicamente alla carriera di certi singoli personaggi, come quelli nati e pasciuti sulle macerie di alcune vertenze (Alitalia 2008, appunto) diventati poi potenti politici locali.  Il tutto mentre si cerca di fare trattative in un’azienda composta da tipologie di lavoratori diversissime e spesso in un indotto conflitto reciproco, ciascuno inferocito contro i presunti privilegi altrui, tirando sugli uni o sugli altri, secondo logiche da marketing elettorale, una coperta troppo corta per coprire tutti.
Non vi pare che questa situazione fotografi sorprendentemente quella del nostro paese?  
Per questo anche #iostoconilavoratoriAlitalia. Tutti. Sperando che si riescano a difendere dalla ennesima trappola in cui stanno per cadere.





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