martedì 25 aprile 2017

No Alitalia: the day after

La cosa più difficile sarà leggere i commenti sul NO Alitalia dei soliti esperti universali, senza rispondere d’impulso. Perché al solito, alla fine dei giochi, anche questa volta la patata bollente è toccata al lavoro. In una operazione che invece dichiara tutta l’incapacità atavica dei management, della politica (dare la responsabilità solamente a questi ministri e questo governo sarebbe oltremodo riduttivo) e delle parti sociali, il commissariamento viene ascritto ai dipendenti. E il piano industriale vacuo e incerto, le strategie suicide e le amministrazioni delinquenziali dimenticate. Tanto il capro espiatorio è stato da tempo designato. Sia quindi chiaro: non è un momento di giubilo. Non c’è nulla da festeggiare. Gli Alitaliani ne sono del tutto consapevoli. Ma non ci sarebbe stato nulla da festeggiare comunque.
Per essere precisi, i lavoratori, che nel 2008 sono stati dipinti come mostri privilegiati, responsabili dei fallimenti della compagnia, ovviamente non sono né strapagati né sono i lavativi che i commentatori da bar si ostinano a dipingere. Non sono loro che hanno determinato i piani industriali sbagliati e tutto ciò che ne è conseguito. Tutto, le strategie, i posizionamenti astrusi, le politiche aziendali, è stato deciso altrove. I lavoratori hanno solo eseguito ciò che la dirigenza, anzi le dirigenze, innumerevoli e incapaci, stabilivano di volta in volta.
E no, come hanno dimostrato, ultimamente, diversi analisti il costo più importante sostenuto da Alitalia non è quello del lavoro, che adesso è in linea, se non al di sotto, di quello dei maggiori competitors.
Ma lo era già da tempo.
Tanto abbiamo le low cost, cioè quelle che questo paese, e solo questo, accoglie a braccia aperte. E sovvenziona. Con tutte le loro comode infrazioni al limite del legale.
Non ve lo ricordate? È, anzi era il terzo piano di salvataggio in 8 anni. Ci chiediamo chi o cosa abbiano già salvato.
Che cosa è successo nel 2008? Un pasticciaccio targato Berlusconi, Banca Intesa e Air One, con italianità mandata poi allegramente al macero con l’avvento di Etihad. Solo pochi anni dopo.  
personaggi sicuramente non al di sopra delle parti, chiamati a pilotare il piano dei patrioti. In nome di una italianità mandata poi allegramente al macero con l'avvento di Etihad. Solo pochi anni dopo.
A quel punto, a nessuno importava più che si imponesse un modello culturale lontanissimo e lo si facesse, con la tracotanza di un invasore che intende cancellare tutto il pregresso. Non si potevano portare i passeggeri a Parigi, ma invece ad Abu Dhabi sì.
È altamente simbolico che da stamattina  tutte le foto del personale pubblicate su Facebook lo ritraggono con indosso le vecchie divise. Un rifiuto inequivocabile anche delle politiche di gestione di questo tremendo biennio. Perché il conquistatore, oltre a imporre i sacrifici con i quali ha preteso di scambiare il suo ingresso nel mercato europeo, ha anche umiliato i dipendenti imponendo con la forza una cultura che non apparteneva loro; e l’azienda, ahimé, non è fatta dalla sola dirigenza. I lavoratori hanno così sconfessato in pochi minuti l’unica cosa che il manager Etihad aveva effettivamente fatto, e della quale ha avuto anche il coraggio di chiedere il pagamento: il cambiamento forzoso culturale, suggellato dall’immagine trionfante e pacchiana che si è affrettata a produrre, e dai processi reiterati di rieducazione dei dipendenti. Evidentemente si è trattato di un cambio costoso, e non solo dal punto di vista economico.
La scelta dei dipendenti è stata irrazionale forse, dettata dall’emotività. Non è facile spiegarlo agli altri. È così, tuttavia, che si compiono le scelte, ce lo insegna una branca specifica dell’economia. E’ l’irrational behaviour. Chiaramente chi non ha vissuto (e subito) questi ultimi anni di Alitalia, costellati da un susseguirsi frenetico di manager improvvisati, che prima distruggevano e poi scappavano con una bella valigia piena di soldi, da una politica irresponsabile ed a sindacati incapaci, non potrà mai capire. La scelta irrazionale che rifiuta un parziale salvagente destinato ad affondare in breve tempo esprime la consapevolezza che il vuoto propositivo di un piano che tenta solo di appianare le finanze degli investitori  porterà a breve a un ennesima crisi da affrontare con ulteriori sacrifici. Per ricominciare da capo. In un circolo vizioso che non si interrompe mai.
Ha prevalso la certezza, quasi matematica, che nel breve periodo ci si sarebbe trovati di nuovo a dover pagare un conto salato, mentre altri sarebbero usciti indenni dal disastro di cui erano e sono responsabili. Ancora una volta. Tirando avanti a campare per salvare questo o quell’investitore. Mentre, all’esterno, si produce la solita litania del “siamo stanchi di pagare i privilegi dei dipendenti Alitalia”
La politica dovrebbe farsene carico, ed invece di puntare il dito contro i lavoratori, dovrebbe cominciare a puntarlo contro sé stessa. Contro la sua atavica mancanza di interventi per  questo settore produttivo. che non fossero a vantaggio di qualcos'altro. Ed il sindacato che ha permesso che tutto questo accadesse dovrebbe ricordare per chi e per che cosa esiste, e dove e quando ha inchinato la testa di fronte a logiche di breve respiro, gettando a mare diritti e conquiste. Ricordando anche che pure i lavoratori Alitalia, e quelli dell’indotto, sono elettori. E contribuenti.

sabato 15 aprile 2017

Alitalia: l'accordo di Pasqua



E così si consumava la triste vicenda di Alitalia, proprio mentre il Lussuoso Fred si riprendeva in video facendosi massaggiare la chioma e le spalle da una compiacente assistente di volo presso la Training Academy della compagnia, il cui management, dopo aver persino imposto, con umorismo macabro, a gente vestita di rosso e verde di indossare biancheria intima di colore neutro o bianco  procedeva con la capillare e dispendiosa opera di rieducazione del personale, continuando imperterrito, incurante del clima di catastrofe imminenete, a somministrare corsi insulsi quanto costosi ai demotivati lavoratori.
Come da tradizione, rigorosamente di notte, nell’uovo di Pasqua per i dipendenti era nascosto l’annunciato epilogo. Un preaccordo su un piano che di industriale ha veramente poco e che si riduce semplicemente nell'ennesimo taglio del costo del lavoro, con tanto di esuberi, riduzione degli stipendi e peggioramenti normativi.  
L’unica cosa che risulta evidente è l’ostilità continua e crescente contro il personale, da ridimensionare, possibilmente umiliandolo. Lo si è capito subito: dall’idea della compagnia sexy,
proposta sin dall'inizio, che implicava il riaddestramento ad Abu Dhabi, in terra Ethiad, di migliaia di dipendenti; l’imposizione di un modello diverso, poco occidentale, che cancellava il pregresso, perseguito anche attraverso la modifica dell’immagine di aerei e personale  fino all’ossessione della nuova nomenclatura, rigorosamente in inglese (e al diavolo l’italianità): il Capocabina trasformanto in Flight Manager, il Passeggero  in Guest, il vecchio Centro Addestramento in  Training Academy. E che si caratterizzava per  l'atteggiamento di controllo punitivo adottato dal management. Un operazione di cambio culturale brutale ed imposta dall’alto.
Nessuna novità: anche i capitani coraggiosi di Silvio  all’inizio avevano imbastito il loro racconto sulla proverbiale bravura dei dipendenti -incolpevoli- di Air One tanto per sottolineare l'incapacità di quelli Alitalia. D’altronde sono anni che uno degli sport nazionali preferiti è il tiro al dipendente Alitalia, ritenuto colpevole unico dei vari fallimenti da tutti gli improvvisati esperti di trasporto aereo, quelli sparsi sul territorio nazionale che ad ogni di crisi della compagnia si moltiplicano, riproducendosi senza controllo come cellule impazzite, un po’ come accade agli estemporanei allenatori di calcio durante i mondiali,  Però, questa volta, a parte qualche irriducibile pervicace detrattore della categoria, a molti commentatori il dubbio è finalmente venuto: comincia insomma a farsi largo l’idea che forse la responsabilità dei ripetuti disastri non sia dei lavoratori ma di chi ha gestito la compagnia, cioè i vari management  e la politica nazionale e locale, che hanno agito senza tenere minimamente conto del benessere industriale dell’azienda. Per incapacità o per altri interessi.
Il neonato verbale di confronto prevede esuberi, cassa integrazione, la solita mattanza dei precari, abbandonati come sempre al loro destino senza neanche un finto paracadute rotto, i contratti di solidarietà già in essere e per i naviganti una serie di revisioni salariali normative e strutturali destinate a rimanere come solchi nella loro vita futura e che l’azienda dal canto suo già si preoccupa di dichiarare che non rimetterà in discussione prima del 2022. Cioè fra 5 anni. Intanto si impone sia la riduzione del numero di  assistenti di volo su un tipo di aereo, che quella dei riposi annuali, che producono ulteriori esuberi tirando per il collo la produttività del personale.
E pensare che  questa azienda, quella che secondo l’ex premier Matteo Renzi stava per decollare, è approdata dopo aver chiesto e ottenuto una riduzione del personale, tagli di stipendi con la promessa, firmata e sottoscritta, di una revisione migliorativa del contratto. Una ennesima, plateale presa in giro  ai danni dei lavoratori. Anni di sacrifici carpiti in cambio di future ricompense secondo promesse mai mantenute.
Certo, l'alternativa non è facile: ammesso che non si tratti di un bluff, si tratta di  scegliere tra un accordo pessimo ma forse migliore di quello di partenza, e un commissariamento, con un salto nel buio, che nessuno vuole prendersi la responsabilità di opzionare. Come sempre si sceglie il primo. Tuttavia in questo modo le incapacità manageriali e politiche le pagano solo i lavoratori mentre i  supermanager anche i più inadeguati e dannosi vengono premiati con fuoriuscite milionarie.  Certo pagano anche i contribuenti. Che comunque continuano a pagare  anche gli accordi “commerciali” tra gli enti locali e le low cost. E questo grazie alla incapacità della politica di strutturare un sistema di Trasporto Aereo Nazionale degno di questo nome. Altro che italianità.
Intanto ci sarà un referendum tra i lavoratori per l’approvazione dell’accordo: le persone, di nuovo messe le une contro le altre (terra contro volo, precari contro stabili) voteranno su uno scarno verbale (il sì equivale a dare carta bianca su tutti i successivi veri accordi?) del quale neanche si capisce la portata devastante. E storicamente i referendum sugli accordi in Alitalia ne sanciscono sempre l’approvazione. Sempre. Soprattutto quando gli interessi dei diversi comparti sono abilmente messi in opposizione tra loro.
Una vergogna: per l’incapacità nostrana di salvaguardare un settore produttivo ed altrove fruttuoso. Per l’erosione continua dei diritti dei lavoratori, e la loro umiliazione. Per l’inabilità voluta o studiata dei sindacati di opporre una strategia vincente alle offensive dei forti sui deboli.  
Un pugno allo stomaco: per lo stridente contrasto tra lo stato pessimo di salute dell'azienda, il suo clima pesante e la sua comunicazione giuliva e ostentata il cui costo, con insopportabile tracotanza, viene presentato al personale. 
Sotto il vestito niente, ma senza neanche il buon gusto di un basso profilo.

domenica 12 febbraio 2017

Io sto con i lavoratori Alitalia




Che sia chiaro: sono anni che gli assistenti di volo Alitalia riallestiscono le toilette su ogni volo (e non solo sulle tratte brevi)  da molto prima dell’ingresso degli arabi di Ethiad: qualcuno dovrà dirlo a Repubblica. Così come qualcuno dovrà avvertire la poetica autrice dello sconcertante articolo un po’ retrò (e molto sessista) de Il giornale che gli anni '50 e '60 sono passati, la Pan AM ha chiuso diversi anni fa e gli dei sono precipitati al suolo da un pezzo. E per carità, fatevene una ragione, gli assistenti di volo appartengono ad entrambi i generi: possibile non ve ne siate ancora accorti?
Nell’immaginario collettivo il dipendente Alitalia è esclusivamente un pilota (maschio) o una hostess (femmina);  abbronzato/a e sempre in vacanza,  gode di immani privilegi di cui deve necessariamente rendere conto alla popolazione comune. Pagando un pegno. Articoli sul tono da “resa dei conti” finale si succedono per ogni crisi vertenza o gossip della compagnia di bandiera. Ed una marea di benpensanti si unisce al coro del dileggio (quale mirabile soddisfazione vedere le eteree creature del cielo precipitare nel fango?) e poco importa che le persone di Alitalia siano sì assistenti di volo, piloti, addetti di scalo, ma anche operai, impiegati eccetera con  stipendi e contratti in linea con quelli di tutte le altre compagnia, talvolta anche peggiori, l’importante in questo paese è inveire a gran voce contro i presunti favori di cui si avvantaggia il tuo vicino di casa.
E in Alitalia sì, si gode dell’innegabile privilegio di vivere da anni sotto una mannaia pronta ad abbassarsi, e di vedersi peggiorare normativa e stipendi a cadenze sempre più fitte. Se naturalmente si ignorano i licenziamenti (in migliaia, tra azienda madre ed indotto, gestiti spesso in modo iniquo). Quindi se i dipendenti si sono stufati di accompagnare i vari trionfanti ingressi dei salvatori di turno con sacrifici personali (l’ultima acquisizione ha portato sia licenziamenti che riduzioni di stipendio e per i naviganti anche il blocco delle tredicesime), di assistere ai repentini cambi di direzioni strategiche che ogni subentrante top management si porta dietro (sì Malpensa tutti a Milano, no Malpensa si rientra, concentriamoci sul medio raggio e facciamo concorrenza alle low cost anzi no incrementiamo il lungo raggio – ma senza aerei e chiudendo in continuazione rotte…) il tutto mentre l’utente tuona contro la compagnia, contro i contributi statali (ma è felice di pagarli per Ryan Air…) ma soprattutto contro i lavoratori, forse un minimo di ragione ce l’hanno.
Anche le crisi aziendali seguono l’evoluzione dei tempi: le ultime sono sempre più on line. Le proteste vere, quelle fisiche si annullano grazie alla nostra normativa restrittiva sugli scioperi; così mentre gli altri, Air France, British Airways, Lufthansa, bloccano il traffico aereo per giorni in Italia si procede con ristrutturazioni tagli e licenziamenti senza colpo ferire. Però se ne parla tanto, così tanto che l’utenza è convinta che ci sia uno stato di guerriglia latente e che i loro spostamenti siano a rischio; e tutti si sentono in diritto di esprimersi indicando la geniale soluzione, spesso accompagnata da accuse random; e ai dipendenti non resta altro che sfogarsi con le parole sperando che qualcuno le legga e magari le capisca pure. L’informazione tradizionale, stavolta, novità assoluta, sorprendentemente diffonde. E così i piloti cercano di accattivarsi la simpatia dell’utenza con un video diventato virale, gli assistenti di volo scrivono accorate lettere  ai passeggeri, altri pongono domande che arrivano alla stampa e alle quali la compagnia tignosamente risponde... senza che nel frattempo si sia comunque preoccupata di pubblicare uno straccio di piano industriale… 
Le esternazioni distribuite nei social restano rigorosamente anonime per paura delle ritorsioni da parte dell’azienda (che non si è risparmiata di comminare sanzioni varie e persino di licenziare qualche dipendente che aveva osato esprimere opinioni critiche anche se in gruppi chiusi al pubblico esterno), e purtroppo rimangono occasionali e disorganizzate tanto che qualcuno ha pensato di lanciare l'hashtag unificante: #iostoconilavoratoriAlitalia. Perché uno dei problemi dei lavoratori Alitalia (che potrebbe e dovrebbe invece essere un valore aggiunto) è proprio quello di raccogliere professionalità diverse che ritengono di avere scopi e riconoscimenti differenziati e spesso in conflitto.
L’annuncio della inevitabile crisi, sebbene preceduto da una serie di segnali di allarme troppo flebili per essere colti in un paese il cui destino è stato congelato per mesi da un referendum, stride fortemente con la faraonica comunicazione messa in atto dall’ultima gestione: le meravigliose convention ispirate alle notti d’Arabia, con Vip in primo piano, livree rimaneggiate, interni rimodulati, e lancio di nuove uniformi delle quali tutto si può dire fuorché che siano sobrie, accompagnato da cartelloni pubblicitari che hanno invaso le nostre città. Tutto improntato ad uno sfarzo eccessivo anche per la nostra cultura.
E la soluzione proposta? La solita: tagli e sacrifici. Solo quella, per il momento. Per i dipendenti, beninteso; i top manager (e i politici) responsabili veri dei molteplici disastri non hanno mai pagato, anzi, nel passato si sono congedati con liquidazioni faraoniche, ovvia compensazione per capolavori irripetibili di gestioni fallimentari…
Persino i sindacati oggi si sono rifiutati di continuare a trattare senza la sostanza di un piano industriale appellandosi al governo. E adesso si attendono gli sviluppi. Sperando naturalmente di non vedere la solita bagarre: perché se i critici delle politiche industriali della compagnia puntano il dito contro i sindacati accusati di essere troppo potenti, ciò che i lavoratori in questo paese percepiscono è assolutamente differente: ed è la perdita di ogni tutela di fronte a un sindacato (tutto, autonomi compresi: non è sufficiente dire sempre no e poi correre a firmare accordi beceri in modo postumo per “non essere esclusi”; questa può essere un’ottima tattica per attirare iscritti ma  non protegge i dipendenti dalle conseguenze inappellabili) privato di qualsiasi potere di lotta e pronto a piegarsi alle più inconsistenti e devastanti strategie industriali.
È davvero demoralizzante lo spettacolo tristemente consueto delle guerre in questi frangenti tra sigle litigiose che si attaccano a vicenda per guadagnare iscritti, dileggiandosi reciprocamente: una strategia geniale che offre un fantastico fronte disgregato alla controparte, e che probabilmente è funzionale unicamente alla carriera di certi singoli personaggi, come quelli nati e pasciuti sulle macerie di alcune vertenze (Alitalia 2008, appunto) diventati poi potenti politici locali.  Il tutto mentre si cerca di fare trattative in un’azienda composta da tipologie di lavoratori diversissime e spesso in un indotto conflitto reciproco, ciascuno inferocito contro i presunti privilegi altrui, tirando sugli uni o sugli altri, secondo logiche da marketing elettorale, una coperta troppo corta per coprire tutti.
Non vi pare che questa situazione fotografi sorprendentemente quella del nostro paese?  
Per questo anche #iostoconilavoratoriAlitalia. Tutti. Sperando che si riescano a difendere dalla ennesima trappola in cui stanno per cadere.





domenica 11 settembre 2016

AZ 610 FCO-JFK 11 settembre 2001





Il 747 era pieno: 404 passeggeri su 404. Equipaggio carino e collaborativo, partenza on scheduled.
Upper deck. 12 passeggeri di Magnifica. Il servizio procedeva senza intoppi e molto velocemente. Essendo la regina del galley, sfamati gli ospiti e saziati i condottieri (piloti e tecnico) e mandato il collega collaboratore a dare una mano nell’affollatissimo main deck, procedevo verso il cockpit per riprendere piatti e stoviglie sporche e raccogliere altre eventuali richieste.
Entrare nel cockpit quel giorno a quell’ora è stato come attraversare una porta spazio-temporale. Dentro: il silenzio. Venni bruscamente intimata di tacere, mentre le anime presenti ascoltavano attonite le comunicazioni via radio, e colsi parole come 767, New York… guardai interdetta i presenti. Il tecnico di volo, figura mitologica oramai purtroppo estinta, ahinoi, l’unico in possesso in quel frangente di riflessi attivi si voltò verso di me ed osservando la mia bocca aperta mi disse: «stiamo tornando indietro, ci hanno detto di farlo e di mettere quanto prima le ruote per terra. Vale per tutti gli aerei che non hanno ancora superato il punto di non ritorno (dovevamo iniziare la traversata) aspettiamo comunicazioni dal coordinamento. Pare un paio di aerei siano entrati nelle Twin Towers, due 767. Sembra sia un attentato. Io prendo un affogato al caffè, se è rimasto il gelato».
La mia mandibola cascava ulteriormente, mentre  il mio cervello si impegnava su due fronti: il tentativo di comprendere quanto stava accadendo a New York, la nostra destinazione, e quello di dirimere il mistero della coesistenza nello stesso enunciato di due concetti francamente incompatibili, come catastrofe aerea e affogato al caffè. Ho tentennato e ho guardato il comandante: un bravo signore, il quale sembrava aver smarrito la favella, esattamente come la sottoscritta.
Quando sono uscita dal cockpit ero cambiata. Ed era cambiato il mio mondo.
Sono tornata in cabina, posato le stoviglie e preparato il caffè da mettere nel gelato. Cioè devo averlo fatto, per forza. E devo anche aver comunicato coi colleghi di sotto, nel main deck. Credo. Non avevo il coraggio di guardare gli ignari passeggeri. Pensavo che mi si sarebbe letto in faccia che qualcosa di inconcepibile stava accadendo.  Ritornai verso il cockpit, portando con me l’indimenticabile affogato al caffè. Entrai, insieme ad un altro collega. Il comandante ci disse. «Chiudete la porta. E SEDETEVI». Obbedimmo prontamente senza discutere.
E assistemmo in diretta alla cronaca via radio del crollo di una delle torri.
Ero sconvolta ma ci ho messo un pochino a realizzare quello che succedeva: da una parte non volevo abbandonare l’idea di un volo che sembrava sereno, dall’altra non volevo permettere che l’angoscia mi avvolgesse… ma man mano che passavano i minuti, come per il resto degli abitanti del pianeta,  la mia mente cercava di adattarsi alla costruzione di una realtà diversa e brutta. «Farò un annuncio. Tenetevi per voi ciò che sapete. Niente comunicazioni con la terra, i  telefoni di bordo saranno disattivati».
La virata di rientro era già cominciata, con tanto di scarico carburante. Toccava avvertire i 404 a bordo senza entrare nel merito. Il comandante, con voce forzata, annunciò ai passeggeri, utilizzando il minor numero di parole possibile, che nell’area di New York un grave incidente aereo aveva provocato ingenti danni al suolo, e che le autorità americane avevano deciso di chiudere lo spazio aereo statunitense, e che pertanto noi saremmo rientrati all’aeroporto di partenza, Roma Fiumicino. A quel punto affrontai i passeggeri. I miei erano in prevalenza nord americani. Alla menzione della chiusura dello spazio aereo per loro si scatenò il panico. Ricordo un passeggero che è andato in tilt, al quale ho dovuto preparare varie camomille e tentare di consolarlo senza potergli dare informazioni, che comunque non l’avrebbero certo tranquillizzato. Cercavo di dare notizie senza darle.
I passeggeri italiani erano diversi. Non avevano colto subito la gravità della situazione, complice l’atavica sfiducia nelle istituzioni (e in quel caso il comandante lo era) e in particolare in Alitalia. Così mi toccò bloccare un comitato passeggeri contrari al rientro (rigorosamente di Magnifica) che attraverso la scala a chiocciola che collegava il main con l’upper deck, tentavano di accedere al cockpit per convincere il comandante a dirigersi comunque verso il Nord America (“col cavolo che entrate lì dentro, belli”), ascoltare la passeggera che dava di matto perché la sera era attesa a Manhattan ad un party di un noto regista, essendone l’arredatrice personale (temo, signora che il party sarà annullato), e quello che doveva assolutamente incontrare la sera a New York una famosa modella per un servizio pubblicitario… Ricordo che il purser decise di mandare sugli schermi (era un aereo antico, senza sistema interattivo) un film “leggero”: Shreck, che  avevo visto giusto la sera prima con una mia amica e i nostri bambini. Intorno alle 18,00 eravamo di nuovo a Fiumicino. Messe le ruote a terra, accesi i telefonini, anche i passeggeri più pervicacemente immusoniti avevano compreso la portata dell’accaduto. Uno persino si scusò. I nostri ospiti erano attesi, dalla polizia e da rappresentanti della compagnia. Bisognava risistemare un intero paese: 400 persone. E noi fummo assistiti dai nostri capi e dalle persone del gruppo che si occupa di supporto in caso di disastri. E le prima cosa che ci dissero fu che i colleghi a New York stavano bene ed erano stati tutti contattati. La seconda: che avevano avvertito le vostre famiglie che saremmo rientrati.
L’aeroporto era stranamente silenzioso e al varco doganale riservato agli equipaggi si sentiva una tv che narrava l’accaduto. Tutto sembrava ovattato e strano. Era scomparso il solito menefreghismo diffuso. E tutti non vedevamo l’ora di rientrare a casa dalle nostre famiglie, nel nostro guscio. E solo a casa ho visto le immagini che hanno sconvolto il mondo e che continuano a sconvolgerci.
Questo è un racconto soft. A me è andata bene: quasi zero disagi. Ma alcuni dei nostri aerei sono partiti dall’Italia e, superato il punto di non ritorno, sono dovuti atterrare in aeroporti sovraffollati in posti disparati del Canada ed i loro occupanti ospitati in sistemazioni di fortuna, anche se  sostenuti dalle solidali popolazioni locali.
Molti equipaggi sono stati bloccati per giorni negli Stati Uniti, alcuni in una New York ferita a morte, in un coprifuoco effettivo e spirituale. Un collega racconta che era in albergo a Manhattan e che ha realizzato l’accaduto solamente quando uno degli addetti ai piani gli ha chiesto se poteva guardare ciò che succedeva dalla sua finestra che, pur lontana, permetteva di guardare le twin. Racconta, mi ricordo, che, insieme a quell’uomo che non conosceva ha assistito attonito a ciò che accadeva, osservando le torri ancora in piedi che fumavano ed infine  il crollo, e la nuvola dei detriti che si allungava dentro Manhattan percorrendone le arterie. Racconta anche di aver mentalmente stabilito un limite all’espansione di quella nube giallastra oltre il quale sarebbe sceso nella hall. E così ha fatto.

A me è andata bene, dicevo: sono rimasta a casa, messa di riserva, ad attendere l’evoluzione, smarrita e depressa, in contatto con altri depressi nelle medesime condizioni; e poi, alla riapertura dello spazio aereo statunitense, spedita di nuovo a New York, per atterrare in un surreale aeroporto vuoto.
Ricordo, in arrivo in città, la vista in lontananza, dal bus, di Manhattan, in un bellissimo e limpido pomeriggio di settembre, e tutti noi, ammutoliti, che guardavamo quella colonna di fumo giallo che un tempo erano le Torri Gemelle, mentre dei poliziotti ci controllavano i documenti ad un posto di blocco all’ingresso del tunnel per l’isola.
E la passeggiata successiva quasi in punta di piedi in una Manhattan attonita, colpita nell’anima, con la Fifth Avenue quasi esanime e adornata di drappi neri e Union Square, il santuario montato per evocare morti e dispersi, divenuto il confine del mondo ancora percorribile.

E’ stato quello il punto di non ritorno: l’ingresso in un mondo diverso e decisamente peggiore, da tutti i punti di vista.
Vorrei ricordare tutte le vittime del terrorismo, le vittime a terra, e i passeggeri e gli equipaggi di quei quattro voli, e di tutti quei voli finiti male per mano di altri uomini.
E vorrei sottolineare come volare vuol dire anche trovarsi coinvolti in eventi infausti, come attentati incidenti terremoti ed altre catastrofi, naturali e non, spesso lasciati nell’incertezza, nel non sapere ben definire ciò che si sta vivendo né come si evolverà, lontano dai propri affetti.
Qualcuno purtroppo in questi eventi ci ha rimesso la vita: tutti noi abbiamo lasciato un pezzo di cuore in quei posti a noi familiari, come le Twin Towers, cornici di un paesaggio e forse di un mondo che non c’è più.