domenica 30 aprile 2017

Alitalia: non so, quindi parlo!



Italiani, popolo di santi, poeti e navigatori, ed esperti di trasporto aereo. Dev’essere un fatto di sangue, la popolazione è divisa 50% di allenatori di calcio, l’altro 50% di esperti su Alitalia (ovviamente esistono anche gli allenatori di calcio esperti di Alitalia, il che modifica le proporzioni, dato che si sovrappongono...) i quali posseggono la conoscenza inscalfibile delle cause della crisi della compagnia che provvedono senza timore a condividere sotto forma di commenti, lettere e post su feisbuc e tuitter. E naturalmente la colpa è dei dipendenti che hanno: stilato piani industriali fallimentari, scelto un posizionamento incerto, gettato denari in cose inutili, come consulenze, leasing e pubblicità. Incuranti del fatto che persino i quotidiani filogovernativi sottolineano che no, i costi del personale Alitalia non sono superiori a quelli dei competitors, la loro risposta è una sola: tutta colpa di quei viziati dei dipendenti
D’altronde, anche i professionisti dell’informazione fanno parimenti. Come Libero Quotidiano che ha condiviso un articolo nel quale una sedicente ex hostess Alitalia anni 70 (diciamo che la maggior parte delle persone attualmente in forza in compagnia manco era nata), tale Lucia, narra dei fasti degli anni che furono… anni a base di diarie ricche e di aragoste consumate su spiagge private: "La
diaria di missione era così ricca che non riuscivamo a spenderne neanche un terzo, eravamo già spesati di tutto, mangiavamo a bordo, la diaria ce la mettevamo in tasca”. Siccome poi la loquace signora narra che le soste erano di 4 o 5 giorni viene da chiedersi quanto mangiassero a bordo (e soprattutto cosa? L’insalatina rinsecchita, il carciofino sottolio, oppure il riso bianco plastificato, 
l’ambito pasto da accaparrarsi a tutti costi, eventualmente uccidendo il collega contendente col coltello di plastica?) visto che non sentivano la necessità di procurarsi cibo nei giorni successivi. Perché nel frattempo, la signora non lo sa, la diaria giornaliera è stata abbassata: nel passaggio dalla lira all’euro la diaria nazionale che era di crica 115.000 lire è passata a 42 euro. La diaria estera equiparata. E da allora non si è più mossa.
Comunque basta fare una passeggiata (virtuale naturalmente) per rendersi conto di quanti si sentano in dovere di dire la loro, che, di solito, equivale a massacrare il dipendente Alitalia…
A parte i “privileggi” (ho appena scoperto che nella mia vita passata avrei guadagnato circa 3 volte in più rispetto a quello che credevo di aver preso…) e al fatto che secondo alcuni benpensanti i piloti Alitalia avrebbero il potere di imporre a compagnia, Enac,aeroporti nostrani o stranieri orari di decollo e atterraggio tali da permettere loro di sistemare la loro vita privata (e di tornare a cena a casa secondo gradimento).
Il web abbonda di commenti beceri intrisi di incredibile livore: le hostess diventano escort professioniste, oppure brutte, grasse e vecchie (certo la scelta della divisa da elfo natalizio non aiuta l'immagine...).
Ci sono quelli che odiano il personale di bordo che parla con accento romanesco secondo il principio che l’accento lombardo o veneto sarebbe, chissà perché, più elegante. Ah chi scrive è di Napoli. Scommetto che non va bene neanche l’accento napoletano. Poi ci sono quelli che li etichettano come maleducati (qualcuno ha visto il video di un certo politico nostrano di rilievo  aggredire con tanto di lancio di oggetti il personale aeroportuale di compagnia che invece rispondeva con aplomb molto british?), e di solito sono quelli che inveiscono contro il personale in divisa a proposito di qualsiasi orrore della vita (il personale, si sa è in grado di evocare a piacimento nebbia, nevicate e persino eruzioni vulcaniche).
Lo so, tutti furbi,  sempre attenti a svelare il gombloddo dei potenti contro la povera ggente, però quando si tratta di Alitalia tutti pronti a seguire il ditino (puntato contro i privileggiati) di chi gestisce le informazioni e che racconta che i dipendenti hanno spolpato la compagnia. Il giochino l’hanno già fatto, e nel 2008 ha funzionato, ci hanno vinto persino le elezioni, e il personale è stato debitamente massacrato: infatti italianamente abbiamo rischiato bancarotta per ben due volte da allora (stavolta ci riusciamo..), anche con l’invasione poco italiana di Etihiad… che forse la sua convenienza, nonostante tutto, l’ha avuta… 
Allora sorge spontanea una domanda ai diffusi detrattori. Perché? Perché i dipendenti Alitalia, in particolare i naviganti, vi stanno così profondamente sugli attributi, da innescare la vostra dissonanza cognitiva e farvi recepire nella selva delle notizie su di loro solo quelle nelle quali vi viene detto che il cugino dell’amico dello zio del nonno del vicino del barista di fiducia della vostra parrucchiera ha le prove che siano dei beceri fancaxxisti ricoperti di moneta sonante? Mi sono data delle risposte.

Perché viaggiano. Lo faceva pure Ulisse, nel frattempo Penelope veniva insidiata da altri. Senza parlare di tutti i casini che ha dovuto affrontare: i Ciclopi, le Sirene... Per i più: viaggiare non è sempre andare in vacanza, dove e con chi ti piace. Alcuni lo fanno per lavoro, i naviganti, per esempio, e spesso si tratta di: aeroporti mal collegati, tristi posti beceri, compagni di viaggio non sempre ottimali, notti in bianco, sveglie assurde, niente aragoste ahimè, 16/18 ore di servizio continuato, col passeggero che in arrivo a Buenos Aires ti chiede, mentre ti stai decomponendo: “ma adesso tornate indietro?”. Partenze per più giorni anche per fare Roma-Milano-Napoli-Venezia. Altro che cena a casa, la triste realtà è un pasto in aereo da consumarsi: o in transito in minuti 5 mentre qualcuno passa l’aspirapolvere nel posto accanto a quello dove stai assaporando il panino di plastica imbarcato 6 ore prima e un altro ti chiede con insistenza "imbarchiamo?" anche se manca un ora e mezza al decollo, oppure durante il volo, dopo che hai sfamato e dissetato gli “ospiti” (e che si è fatta un ora impossibile) i quali non paghi, bisognosi di continue attenzioni, ti posano sul vassoio il pannolino sporco del loro adorato pargolo per il quale ti chiedono il latte senza lattosio che hanno dimenticato di portarsi dietro. E per non parlare delle catastrofi: torri che crollano, terremoti, attentati vari, uragani, tornadi, eruzioni, guerre...
Perché guadagnano un sacco di soldi. NON E' COSI'. Sapevatelo. 
A proposito, smettetela di paragonare i costi del personale di Alitalia a quello di RyanAir. Sono aziende strutturalmente diverse. Sarebbe come paragonare i costi di un ristorante stellato con quelli di Mc Donald. Inoltre Ryanair è oggetto di varie denunce in tutta Europa perché non assume il personale direttamente ma attraverso una agenzia interinale sita in Irlanda, aggira in più di un modo le normative del lavoro degli altri paesi e non paga l’INPS in Italia. Oppure fa pagare i contributi direttamente ai dipendenti. Alitalia, invece, paga. Il trattamento Irlandese è quello a cui aspirate? Per voi e per i vostri figli? Qui non vedete  disaparità e privilegi? Contenti voi…
Ah, il personale di terra non si arricchisce certo. E nei settori operativi lavora, come i naviganti, nei festivi semifestivi, notte, giorno…in qualsiasi condizione.
Perché hanno i biglietti gratis. In verità si pagano. Poco, dal punto di vista della tariffa, ma con tante tasse. Sono biglietti stand by, e possono essere utilizzati solo se c’è posto. Niente prenotazioni. Sono benefits che hanno tutti i dipendenti di tutte le compagnie, anche quelli di Lufthansa. Che non va in deficit per questo. Giuro! Quindi adesso per cortesia, democraticamente, massacrate un pochino anche il personale di Iberia, Air France, Klm, Lot o British.
Perché sono abbronzati. A volte bruciati. Perché in certi posti non puoi fare altro che spalmarti su una sdraio nel perimetro dell’albergo che è l’unico posto sicuro nel raggio di centinaia di km e ovviamente, stremato dalle 10 e passa ore di volo e dal fuso, ti addormenti. Con il rischio di melanoma da elioterapia che si associa a quello legato alla esposizione alle radiazioni ionizzanti (i naviganti fanno una visita per le radiazioni ionizzanti che qualche buontempone aziendale ha definito “cosmica”. Giuro. Ogni anno. Per legge). Ah, di solito nei recinti protetti degli alberghi siti talvolta nel nulla il sole è equamente suddiviso con quelli gia nominati, ossia, quelli di British Iberia ecc. Certo forse preferireste che rimanessero tutti chiusi in cella (una stanza d'albergo è troppo)  a fustigarsi, magari indossando il cilicio... il che ci porta al prossimo punto.
Perché trombano. Senza giri di parole. Non sono una signora (in effetti sono una ex-hostess). Vi rode eh? La vita promiscua, le soste negli alberghi, tutti più o meno bellocci… Eh già. Nel vostro immaginario non si fa altro: nelle soste di poche ore nelle quali bisogna scegliere se mangiare dormire o dedicarsi ad altri passatempi il navigante Alitalia si sollazza cercando nient'altro che avventure e trovando sempre pane per i propri denti. E poi com’era? Chi c’è c’è… infatti, come scrivono gli amabili commentatori sui social, le hostess (solo loro neh) sono tutte signorine dai facili costumi che svolgono attività di sfruttamento dei loro beni personali, ovviamente a pagamento…
Ora, non mi batterò per dire che i dipendenti Alitalia sono tutti santi. Lo sono esattamente come gli altri. Conosco molte persone che, come dire, sfarfallano in modo professionale ed invidiabile, e che col trasporto aereo hanno davvero poco a che fare.Vi risparmio le categorie di appartenenza.
Perché i loro privileggi li paghiamo noiiiiiiiiiii!1!1!!1 che preferiamo invece pagare "i privileggi" di ryanair. E non quelli dei lavoratori di Ryanair, quelli dei suoi padroni. E quelli di molti altri. Cosa che tuttavia non ci disturba tanto quanto essere convinti che il nostro vicino di casa, quello belloccio del piano di sopra, goda intensamente nel partire anche oggi per New York… (mentre al vicino
belloccio ogni tanto farebbe piacere un distacco presso il catasto con orario di lavoro 9-17 lontano dalla pazza folla riuscendo a dimenticare per un momento persino la compilazione delle carte di sbarco per i passeggeri con visto che non parlano l’italiano, l’inglese, il francese, lo spagnolo, neanche il tedesco…).

Su, diamoci una risposta serena. Propendiamo per il fantastico racconto tramandato di generazione in generazione sui fannulloni ricoperti d’oro, perché essenzialmente siamo invidiosi…talmente invidiosi da disconnettere i neuroni e dimenticare il buon senso. E ci sfoghiamo  con invettive verso gli ignobili privilegiati, felici di trovare argomenti "pesanti" tappandoci le orecchie di fronte alle smentite. Tutto ciò comunque non ci fa bene.
E ora, che inizino pure le invettive...



mercoledì 26 aprile 2017

Alitalia Sì o No


Non è edificante ascoltare gli isterici ultimatum - stile Armageddon - di politici e sindacalisti contro chi è intenzionato a votare No al referendum sull’accordo Alitalia. In questa triste querelle manca tutta la parte relativa all’ammissione di colpa, all’ascolto, alla negoziazione, alla comprensione ed alla mitigazione delle istanze. Invece il dibattito precipita verso uno scontro tra tifoserie esacerbate. E non una parola, se non proprio a difesa, almeno di comprensione delle ragioni delle parti più deboli.Per molti versi si è trattato di un voltafaccia: non è sorprendente che il ministro Calenda, il quale dichiarava solo qualche mese fa che le responsabilità della mala gestione non dovevano ricadere sui lavoratori adesso si esprima a favore dell’accordo sostenendo insieme ai suoi colleghi di governo che il referendum ha da passare e dipingendo gli irriducibili del no come viziati ragazzini irresponsabili? Ma di chi sono queste responsabilità? Non risulta che il piano/non piano sia stato cambiato, o perlomeno non ne è giunta notizia al di fuori delle stanze dei bottoni, a parte le dichiarazioni pubbliche del presidente designato Gubitosi che si unisce al coro dei sostenitori del sì ma che lo fa disegnando un futuro fatto di Maldive… Alla fine il dado è tratto: la patata bollente spedita ai lavoratori, che si vedono recapitare una specie di vago accordo di ben due paginette e che sostanzialmente prevede, rispetto alle richieste iniziali, per il personale di terra una lieve diminuzione
del numero degli esuberi, che tuttavia rimangono copiosi, una generica serie di ammortizzatori sociali alla quale attingere, senza che comunque si tenga conto del personale a tempo determinato, allegramente gettato via come un kleenex usato, mentre dal personale navigante si pretendono una serie di tagli normativi accompagnati dall’aumento della produttività che quindi, per forza di cose, produrrà altri esuberi, ed un taglio salariale che incide su voci di indennità e incentivi, che nell’accordo è riportato intorno all’8% (circa) e che, secondo le simulazioni già prodotte, non scende, nella migliore delle ipotesi, al di sotto del 21%.
Quindi non si tratta di un piccolo sacrificio, ma di un sacrificio pesante che comporta tagli di stipendio rilevanti di fronte ad un aumento dei carichi di lavoro. L’epilogo di questa ennesima storiaccia targata Alitalia è un capolavoro di strategia: un paio di paginette quasi in bianco, nelle quali si dà via libera alle richieste dell’azienda, autrice di uno pseudo-piano industriale (questo a detta di una serie di commentatori esperti), che vengo proposte ai lavoratori, sotto il ricatto del fallimento, dopo averli strategicamente divisi. Un metodo davvero meschino, e decisamente poco etico, se ci si pensa. All’urlo di “io speriamo che me la cavo” quelli che non verranno toccati dai provvedimenti, tirando un sospiro si sollievo, voteranno Sì, accollando il conto inclusa la responsabilità dell’eventuale scenario apocalittico del commissariamento agli altri, a quelli che ci rimettono strutturalmente in soldi e normativa e che non risaliranno la china, comunque non prima del 2022 e solo a fronte di un biennio positivo di EBITDA (l’unica cosa scritta in modo dettagliato ed
inequivocabile nell'accordo).
Per i lavoratori è l’accettazione di una cambiale in bianco, lo scambio di sacrifici pesanti e certi contro… un bel boh?, anzi l’ennesimo boh. Perché di accordi nei quali i lavoratori pagavano con sacrifici rilevanti le mirabolanti promesse mai mantenute (incluse quelle della gestione Etihad, il cui ingresso è stato pagato da esuberi, riduzioni di stipendi e annullamento di tredicesime, e che di mirabolante ha avuto solo il chiassoso restyling del look e le pacchiane convention) ce ne sono stati diversi. Per citare gli ultimi, quelli di Cai e, appunto, Etihad. Ma potremmo elencarne anche altri prima: per esempio il piano lacrime e sangue dell’era Cimoli, uno di quelli dalle buonuscite miliardarie. E i sindacati, si chiede qualcuno, che ci stanno a fare?
Alla fine la soluzione è sempre la stessa: far pagare gli errori ai lavoratori. E le banche gongolano, mentre i manager colpevoli del disastro prosperano inviolati ed inviolabili, ed interessi diversi da quelli aziendali vengono ostinatamente difesi; e mentre i politici, incapaci di immaginare un sistema nazionale di trasporto aereo e di preservare un settore che altrove genera profitti, ammalati di liberalizzazioni portate all’estremo, affondano un intero settore produttivo.
Forse chi sceglie il no lo fa perché è stanco, stufo di pagare per colpe altrui, ed anela a far scoprire finalmente le carte. Forse gli irriducibili del no sono animati da un senso di giustizia tradita, dalla voglia di interrompere questo circolo vizioso, questa spirale perversa, perché lo scenario futuro è che alla prossima crisi si chiederà ai dipendenti di operare come volontari, senza retribuzione, con la certezza che neanche questo potrà evitare il prossimo fallimento. Forse chi vota no lo fa perché ha l’impressione che questo sia un inutile, ennesimo atto di forza, un atto dimostrativo che serve solo a far contento qualche grosso investitore.
Perdonateli, ma purtroppo quelli del no non vi credono più. E non è colpa loro.

martedì 25 aprile 2017

No Alitalia: the day after

La cosa più difficile sarà leggere i commenti sul NO Alitalia dei soliti esperti universali, senza rispondere d’impulso. Perché al solito, alla fine dei giochi, anche questa volta la patata bollente è toccata al lavoro. In una operazione che invece dichiara tutta l’incapacità atavica dei management, della politica (dare la responsabilità solamente a questi ministri e questo governo sarebbe oltremodo riduttivo) e delle parti sociali, il commissariamento viene ascritto ai dipendenti. E il piano industriale vacuo e incerto, le strategie suicide e le amministrazioni delinquenziali dimenticate. Tanto il capro espiatorio è stato da tempo designato. Sia quindi chiaro: non è un momento di giubilo. Non c’è nulla da festeggiare. Gli Alitaliani ne sono del tutto consapevoli. Ma non ci sarebbe stato nulla da festeggiare comunque.
Per essere precisi, i lavoratori, che nel 2008 sono stati dipinti come mostri privilegiati, responsabili dei fallimenti della compagnia, ovviamente non sono né strapagati né sono i lavativi che i commentatori da bar si ostinano a dipingere. Non sono loro che hanno determinato i piani industriali sbagliati e tutto ciò che ne è conseguito. Tutto, le strategie, i posizionamenti astrusi, le politiche aziendali, è stato deciso altrove. I lavoratori hanno solo eseguito ciò che la dirigenza, anzi le dirigenze, innumerevoli e incapaci, stabilivano di volta in volta.
E no, come hanno dimostrato, ultimamente, diversi analisti il costo più importante sostenuto da Alitalia non è quello del lavoro, che adesso è in linea, se non al di sotto, di quello dei maggiori competitors.
Ma lo era già da tempo.
Tanto abbiamo le low cost, cioè quelle che questo paese, e solo questo, accoglie a braccia aperte. E sovvenziona. Con tutte le loro comode infrazioni al limite del legale.
Non ve lo ricordate? È, anzi era il terzo piano di salvataggio in 8 anni. Ci chiediamo chi o cosa abbiano già salvato.
Che cosa è successo nel 2008? Un pasticciaccio targato Berlusconi, Banca Intesa e Air One, con l'italianità mandata poi allegramente al macero con l’avvento di Etihad. Solo pochi anni dopo.  
personaggi sicuramente non al di sopra delle parti, chiamati a pilotare il piano dei patrioti. In nome di una italianità mandata poi allegramente al macero con l'avvento di Etihad. Solo pochi anni dopo.
A quel punto, a nessuno importava più che si imponesse un modello culturale lontanissimo e lo si facesse, con la tracotanza di un invasore che intende cancellare tutto il pregresso. Non si potevano portare i passeggeri a Parigi, ma invece ad Abu Dhabi sì.
È altamente simbolico che da stamattina  tutte le foto del personale pubblicate su Facebook lo ritraggono con indosso le vecchie divise. Un rifiuto inequivocabile anche delle politiche di gestione di questo tremendo biennio. Perché il conquistatore, oltre a imporre i sacrifici con i quali ha preteso di scambiare il suo ingresso nel mercato europeo, ha anche umiliato i dipendenti imponendo con la forza una cultura che non apparteneva loro; e l’azienda, ahimé, non è fatta dalla sola dirigenza. I lavoratori hanno così sconfessato in pochi minuti l’unica cosa che il manager Etihad aveva effettivamente fatto, e della quale ha avuto anche il coraggio di chiedere il pagamento: il cambiamento forzoso culturale, suggellato dall’immagine trionfante e pacchiana che si è affrettata a produrre, e dai processi reiterati di rieducazione dei dipendenti. Evidentemente si è trattato di un cambio costoso, e non solo dal punto di vista economico.
La scelta dei dipendenti è stata irrazionale forse, dettata dall’emotività. Non è facile spiegarlo agli altri. È così, tuttavia, che si compiono le scelte, ce lo insegna una branca specifica dell’economia. E’ l’irrational behaviour. Chiaramente chi non ha vissuto (e subito) questi ultimi anni di Alitalia, costellati da un susseguirsi frenetico di manager improvvisati, che prima distruggevano e poi scappavano con una bella valigia piena di soldi, da una politica irresponsabile ed a sindacati incapaci, non potrà mai capire. La scelta irrazionale che rifiuta un parziale salvagente destinato ad affondare in breve tempo esprime la consapevolezza che il vuoto propositivo di un piano che tenta solo di appianare le finanze degli investitori  porterà a breve a un ennesima crisi da affrontare con ulteriori sacrifici. Per ricominciare da capo. In un circolo vizioso che non si interrompe mai.
Ha prevalso la certezza, quasi matematica, che nel breve periodo ci si sarebbe trovati di nuovo a dover pagare un conto salato, mentre altri sarebbero usciti indenni dal disastro di cui erano e sono responsabili. Ancora una volta. Tirando avanti a campare per salvare questo o quell’investitore. Mentre, all’esterno, si produce la solita litania del “siamo stanchi di pagare i privilegi dei dipendenti Alitalia”
La politica dovrebbe farsene carico, ed invece di puntare il dito contro i lavoratori, dovrebbe cominciare a puntarlo contro sé stessa. Contro la sua atavica mancanza di interventi per  questo settore produttivo. che non fossero a vantaggio di qualcos'altro. Ed il sindacato che ha permesso che tutto questo accadesse dovrebbe ricordare per chi e per che cosa esiste, e dove e quando ha inchinato la testa di fronte a logiche di breve respiro, gettando a mare diritti e conquiste. Ricordando anche che pure i lavoratori Alitalia, e quelli dell’indotto, sono elettori. E contribuenti.

sabato 15 aprile 2017

Alitalia: l'accordo di Pasqua



E così si consumava la triste vicenda di Alitalia, proprio mentre il Lussuoso Fred si riprendeva in video facendosi massaggiare la chioma e le spalle da una compiacente assistente di volo presso la Training Academy della compagnia, il cui management, dopo aver persino imposto, con umorismo macabro, a gente vestita di rosso e verde di indossare biancheria intima di colore neutro o bianco  procedeva con la capillare e dispendiosa opera di rieducazione del personale, continuando imperterrito, incurante del clima di catastrofe imminenete, a somministrare corsi insulsi quanto costosi ai demotivati lavoratori.
Come da tradizione, rigorosamente di notte, nell’uovo di Pasqua per i dipendenti era nascosto l’annunciato epilogo. Un preaccordo su un piano che di industriale ha veramente poco e che si riduce semplicemente nell'ennesimo taglio del costo del lavoro, con tanto di esuberi, riduzione degli stipendi e peggioramenti normativi.  
L’unica cosa che risulta evidente è l’ostilità continua e crescente contro il personale, da ridimensionare, possibilmente umiliandolo. Lo si è capito subito: dall’idea della compagnia sexy,
proposta sin dall'inizio, che implicava il riaddestramento ad Abu Dhabi, in terra Ethiad, di migliaia di dipendenti; l’imposizione di un modello diverso, poco occidentale, che cancellava il pregresso, perseguito anche attraverso la modifica dell’immagine di aerei e personale  fino all’ossessione della nuova nomenclatura, rigorosamente in inglese (e al diavolo l’italianità): il Capocabina trasformanto in Flight Manager, il Passeggero  in Guest, il vecchio Centro Addestramento in  Training Academy. E che si caratterizzava per  l'atteggiamento di controllo punitivo adottato dal management. Un operazione di cambio culturale brutale ed imposta dall’alto.
Nessuna novità: anche i capitani coraggiosi di Silvio  all’inizio avevano imbastito il loro racconto sulla proverbiale bravura dei dipendenti -incolpevoli- di Air One tanto per sottolineare l'incapacità di quelli Alitalia. D’altronde sono anni che uno degli sport nazionali preferiti è il tiro al dipendente Alitalia, ritenuto colpevole unico dei vari fallimenti da tutti gli improvvisati esperti di trasporto aereo, quelli sparsi sul territorio nazionale che ad ogni di crisi della compagnia si moltiplicano, riproducendosi senza controllo come cellule impazzite, un po’ come accade agli estemporanei allenatori di calcio durante i mondiali,  Però, questa volta, a parte qualche irriducibile pervicace detrattore della categoria, a molti commentatori il dubbio è finalmente venuto: comincia insomma a farsi largo l’idea che forse la responsabilità dei ripetuti disastri non sia dei lavoratori ma di chi ha gestito la compagnia, cioè i vari management  e la politica nazionale e locale, che hanno agito senza tenere minimamente conto del benessere industriale dell’azienda. Per incapacità o per altri interessi.
Il neonato verbale di confronto prevede esuberi, cassa integrazione, la solita mattanza dei precari, abbandonati come sempre al loro destino senza neanche un finto paracadute rotto, i contratti di solidarietà già in essere e per i naviganti una serie di revisioni salariali normative e strutturali destinate a rimanere come solchi nella loro vita futura e che l’azienda dal canto suo già si preoccupa di dichiarare che non rimetterà in discussione prima del 2022. Cioè fra 5 anni. Intanto si impone sia la riduzione del numero di  assistenti di volo su un tipo di aereo, che quella dei riposi annuali, che producono ulteriori esuberi tirando per il collo la produttività del personale.
E pensare che  questa azienda, quella che secondo l’ex premier Matteo Renzi stava per decollare, è approdata dopo aver chiesto e ottenuto una riduzione del personale, tagli di stipendi con la promessa, firmata e sottoscritta, di una revisione migliorativa del contratto. Una ennesima, plateale presa in giro  ai danni dei lavoratori. Anni di sacrifici carpiti in cambio di future ricompense secondo promesse mai mantenute.
Certo, l'alternativa non è facile: ammesso che non si tratti di un bluff, si tratta di  scegliere tra un accordo pessimo ma forse migliore di quello di partenza, e un commissariamento, con un salto nel buio, che nessuno vuole prendersi la responsabilità di opzionare. Come sempre si sceglie il primo. Tuttavia in questo modo le incapacità manageriali e politiche le pagano solo i lavoratori mentre i  supermanager anche i più inadeguati e dannosi vengono premiati con fuoriuscite milionarie.  Certo pagano anche i contribuenti. Che comunque continuano a pagare  anche gli accordi “commerciali” tra gli enti locali e le low cost. E questo grazie alla incapacità della politica di strutturare un sistema di Trasporto Aereo Nazionale degno di questo nome. Altro che italianità.
Intanto ci sarà un referendum tra i lavoratori per l’approvazione dell’accordo: le persone, di nuovo messe le une contro le altre (terra contro volo, precari contro stabili) voteranno su uno scarno verbale (il sì equivale a dare carta bianca su tutti i successivi veri accordi?) del quale neanche si capisce la portata devastante. E storicamente i referendum sugli accordi in Alitalia ne sanciscono sempre l’approvazione. Sempre. Soprattutto quando gli interessi dei diversi comparti sono abilmente messi in opposizione tra loro.
Una vergogna: per l’incapacità nostrana di salvaguardare un settore produttivo ed altrove fruttuoso. Per l’erosione continua dei diritti dei lavoratori, e la loro umiliazione. Per l’inabilità voluta o studiata dei sindacati di opporre una strategia vincente alle offensive dei forti sui deboli.  
Un pugno allo stomaco: per lo stridente contrasto tra lo stato pessimo di salute dell'azienda, il suo clima pesante e la sua comunicazione giuliva e ostentata il cui costo, con insopportabile tracotanza, viene presentato al personale. 
Sotto il vestito niente, ma senza neanche il buon gusto di un basso profilo.