domenica 12 febbraio 2017

Io sto con i lavoratori Alitalia




Che sia chiaro: sono anni che gli assistenti di volo Alitalia riallestiscono le toilette su ogni volo (e non solo sulle tratte brevi)  da molto prima dell’ingresso degli arabi di Ethiad: qualcuno dovrà dirlo a Repubblica. Così come qualcuno dovrà avvertire la poetica autrice dello sconcertante articolo un po’ retrò (e molto sessista) de Il giornale che gli anni '50 e '60 sono passati, la Pan AM ha chiuso diversi anni fa e gli dei sono precipitati al suolo da un pezzo. E per carità, fatevene una ragione, gli assistenti di volo appartengono ad entrambi i generi: possibile non ve ne siate ancora accorti?
Nell’immaginario collettivo il dipendente Alitalia è esclusivamente un pilota (maschio) o una hostess (femmina);  abbronzato/a e sempre in vacanza,  gode di immani privilegi di cui deve necessariamente rendere conto alla popolazione comune. Pagando un pegno. Articoli sul tono da “resa dei conti” finale si succedono per ogni crisi vertenza o gossip della compagnia di bandiera. Ed una marea di benpensanti si unisce al coro del dileggio (quale mirabile soddisfazione vedere le eteree creature del cielo precipitare nel fango?) e poco importa che le persone di Alitalia siano sì assistenti di volo, piloti, addetti di scalo, ma anche operai, impiegati eccetera con  stipendi e contratti in linea con quelli di tutte le altre compagnia, talvolta anche peggiori, l’importante in questo paese è inveire a gran voce contro i presunti favori di cui si avvantaggia il tuo vicino di casa.
E in Alitalia sì, si gode dell’innegabile privilegio di vivere da anni sotto una mannaia pronta ad abbassarsi, e di vedersi peggiorare normativa e stipendi a cadenze sempre più fitte. Se naturalmente si ignorano i licenziamenti (in migliaia, tra azienda madre ed indotto, gestiti spesso in modo iniquo). Quindi se i dipendenti si sono stufati di accompagnare i vari trionfanti ingressi dei salvatori di turno con sacrifici personali (l’ultima acquisizione ha portato sia licenziamenti che riduzioni di stipendio e per i naviganti anche il blocco delle tredicesime), di assistere ai repentini cambi di direzioni strategiche che ogni subentrante top management si porta dietro (sì Malpensa tutti a Milano, no Malpensa si rientra, concentriamoci sul medio raggio e facciamo concorrenza alle low cost anzi no incrementiamo il lungo raggio – ma senza aerei e chiudendo in continuazione rotte…) il tutto mentre l’utente tuona contro la compagnia, contro i contributi statali (ma è felice di pagarli per Ryan Air…) ma soprattutto contro i lavoratori, forse un minimo di ragione ce l’hanno.
Anche le crisi aziendali seguono l’evoluzione dei tempi: le ultime sono sempre più on line. Le proteste vere, quelle fisiche si annullano grazie alla nostra normativa restrittiva sugli scioperi; così mentre gli altri, Air France, British Airways, Lufthansa, bloccano il traffico aereo per giorni in Italia si procede con ristrutturazioni tagli e licenziamenti senza colpo ferire. Però se ne parla tanto, così tanto che l’utenza è convinta che ci sia uno stato di guerriglia latente e che i loro spostamenti siano a rischio; e tutti si sentono in diritto di esprimersi indicando la geniale soluzione, spesso accompagnata da accuse random; e ai dipendenti non resta altro che sfogarsi con le parole sperando che qualcuno le legga e magari le capisca pure. L’informazione tradizionale, stavolta, novità assoluta, sorprendentemente diffonde. E così i piloti cercano di accattivarsi la simpatia dell’utenza con un video diventato virale, gli assistenti di volo scrivono accorate lettere  ai passeggeri, altri pongono domande che arrivano alla stampa e alle quali la compagnia tignosamente risponde... senza che nel frattempo si sia comunque preoccupata di pubblicare uno straccio di piano industriale… 
Le esternazioni distribuite nei social restano rigorosamente anonime per paura delle ritorsioni da parte dell’azienda (che non si è risparmiata di comminare sanzioni varie e persino di licenziare qualche dipendente che aveva osato esprimere opinioni critiche anche se in gruppi chiusi al pubblico esterno), e purtroppo rimangono occasionali e disorganizzate tanto che qualcuno ha pensato di lanciare l'hashtag unificante: #iostoconilavoratoriAlitalia. Perché uno dei problemi dei lavoratori Alitalia (che potrebbe e dovrebbe invece essere un valore aggiunto) è proprio quello di raccogliere professionalità diverse che ritengono di avere scopi e riconoscimenti differenziati e spesso in conflitto.
L’annuncio della inevitabile crisi, sebbene preceduto da una serie di segnali di allarme troppo flebili per essere colti in un paese il cui destino è stato congelato per mesi da un referendum, stride fortemente con la faraonica comunicazione messa in atto dall’ultima gestione: le meravigliose convention ispirate alle notti d’Arabia, con Vip in primo piano, livree rimaneggiate, interni rimodulati, e lancio di nuove uniformi delle quali tutto si può dire fuorché che siano sobrie, accompagnato da cartelloni pubblicitari che hanno invaso le nostre città. Tutto improntato ad uno sfarzo eccessivo anche per la nostra cultura.
E la soluzione proposta? La solita: tagli e sacrifici. Solo quella, per il momento. Per i dipendenti, beninteso; i top manager (e i politici) responsabili veri dei molteplici disastri non hanno mai pagato, anzi, nel passato si sono congedati con liquidazioni faraoniche, ovvia compensazione per capolavori irripetibili di gestioni fallimentari…
Persino i sindacati oggi si sono rifiutati di continuare a trattare senza la sostanza di un piano industriale appellandosi al governo. E adesso si attendono gli sviluppi. Sperando naturalmente di non vedere la solita bagarre: perché se i critici delle politiche industriali della compagnia puntano il dito contro i sindacati accusati di essere troppo potenti, ciò che i lavoratori in questo paese percepiscono è assolutamente differente: ed è la perdita di ogni tutela di fronte a un sindacato (tutto, autonomi compresi: non è sufficiente dire sempre no e poi correre a firmare accordi beceri in modo postumo per “non essere esclusi”; questa può essere un’ottima tattica per attirare iscritti ma  non protegge i dipendenti dalle conseguenze inappellabili) privato di qualsiasi potere di lotta e pronto a piegarsi alle più inconsistenti e devastanti strategie industriali.
È davvero demoralizzante lo spettacolo tristemente consueto delle guerre in questi frangenti tra sigle litigiose che si attaccano a vicenda per guadagnare iscritti, dileggiandosi reciprocamente: una strategia geniale che offre un fantastico fronte disgregato alla controparte, e che probabilmente è funzionale unicamente alla carriera di certi singoli personaggi, come quelli nati e pasciuti sulle macerie di alcune vertenze (Alitalia 2008, appunto) diventati poi potenti politici locali.  Il tutto mentre si cerca di fare trattative in un’azienda composta da tipologie di lavoratori diversissime e spesso in un indotto conflitto reciproco, ciascuno inferocito contro i presunti privilegi altrui, tirando sugli uni o sugli altri, secondo logiche da marketing elettorale, una coperta troppo corta per coprire tutti.
Non vi pare che questa situazione fotografi sorprendentemente quella del nostro paese?  
Per questo anche #iostoconilavoratoriAlitalia. Tutti. Sperando che si riescano a difendere dalla ennesima trappola in cui stanno per cadere.





domenica 11 settembre 2016

AZ 610 FCO-JFK 11 settembre 2001





Il 747 era pieno: 404 passeggeri su 404. Equipaggio carino e collaborativo, partenza on scheduled.
Upper deck. 12 passeggeri di Magnifica. Il servizio procedeva senza intoppi e molto velocemente. Essendo la regina del galley, sfamati gli ospiti e saziati i condottieri (piloti e tecnico) e mandato il collega collaboratore a dare una mano nell’affollatissimo main deck, procedevo verso il cockpit per riprendere piatti e stoviglie sporche e raccogliere altre eventuali richieste.
Entrare nel cockpit quel giorno a quell’ora è stato come attraversare una porta spazio-temporale. Dentro: il silenzio. Venni bruscamente intimata di tacere, mentre le anime presenti ascoltavano attonite le comunicazioni via radio, e colsi parole come 767, New York… guardai interdetta i presenti. Il tecnico di volo, figura mitologica oramai purtroppo estinta, ahinoi, l’unico in possesso in quel frangente di riflessi attivi si voltò verso di me ed osservando la mia bocca aperta mi disse: «stiamo tornando indietro, ci hanno detto di farlo e di mettere quanto prima le ruote per terra. Vale per tutti gli aerei che non hanno ancora superato il punto di non ritorno (dovevamo iniziare la traversata) aspettiamo comunicazioni dal coordinamento. Pare un paio di aerei siano entrati nelle Twin Towers, due 767. Sembra sia un attentato. Io prendo un affogato al caffè, se è rimasto il gelato».
La mia mandibola cascava ulteriormente, mentre  il mio cervello si impegnava su due fronti: il tentativo di comprendere quanto stava accadendo a New York, la nostra destinazione, e quello di dirimere il mistero della coesistenza nello stesso enunciato di due concetti francamente incompatibili, come catastrofe aerea e affogato al caffè. Ho tentennato e ho guardato il comandante: un bravo signore, il quale sembrava aver smarrito la favella, esattamente come la sottoscritta.
Quando sono uscita dal cockpit ero cambiata. Ed era cambiato il mio mondo.
Sono tornata in cabina, posato le stoviglie e preparato il caffè da mettere nel gelato. Cioè devo averlo fatto, per forza. E devo anche aver comunicato coi colleghi di sotto, nel main deck. Credo. Non avevo il coraggio di guardare gli ignari passeggeri. Pensavo che mi si sarebbe letto in faccia che qualcosa di inconcepibile stava accadendo.  Ritornai verso il cockpit, portando con me l’indimenticabile affogato al caffè. Entrai, insieme ad un altro collega. Il comandante ci disse. «Chiudete la porta. E SEDETEVI». Obbedimmo prontamente senza discutere.
E assistemmo in diretta alla cronaca via radio del crollo di una delle torri.
Ero sconvolta ma ci ho messo un pochino a realizzare quello che succedeva: da una parte non volevo abbandonare l’idea di un volo che sembrava sereno, dall’altra non volevo permettere che l’angoscia mi avvolgesse… ma man mano che passavano i minuti, come per il resto degli abitanti del pianeta,  la mia mente cercava di adattarsi alla costruzione di una realtà diversa e brutta. «Farò un annuncio. Tenetevi per voi ciò che sapete. Niente comunicazioni con la terra, i  telefoni di bordo saranno disattivati».
La virata di rientro era già cominciata, con tanto di scarico carburante. Toccava avvertire i 404 a bordo senza entrare nel merito. Il comandante, con voce forzata, annunciò ai passeggeri, utilizzando il minor numero di parole possibile, che nell’area di New York un grave incidente aereo aveva provocato ingenti danni al suolo, e che le autorità americane avevano deciso di chiudere lo spazio aereo statunitense, e che pertanto noi saremmo rientrati all’aeroporto di partenza, Roma Fiumicino. A quel punto affrontai i passeggeri. I miei erano in prevalenza nord americani. Alla menzione della chiusura dello spazio aereo per loro si scatenò il panico. Ricordo un passeggero che è andato in tilt, al quale ho dovuto preparare varie camomille e tentare di consolarlo senza potergli dare informazioni, che comunque non l’avrebbero certo tranquillizzato. Cercavo di dare notizie senza darle.
I passeggeri italiani erano diversi. Non avevano colto subito la gravità della situazione, complice l’atavica sfiducia nelle istituzioni (e in quel caso il comandante lo era) e in particolare in Alitalia. Così mi toccò bloccare un comitato passeggeri contrari al rientro (rigorosamente di Magnifica) che attraverso la scala a chiocciola che collegava il main con l’upper deck, tentavano di accedere al cockpit per convincere il comandante a dirigersi comunque verso il Nord America (“col cavolo che entrate lì dentro, belli”), ascoltare la passeggera che dava di matto perché la sera era attesa a Manhattan ad un party di un noto regista, essendone l’arredatrice personale (temo, signora che il party sarà annullato), e quello che doveva assolutamente incontrare la sera a New York una famosa modella per un servizio pubblicitario… Ricordo che il purser decise di mandare sugli schermi (era un aereo antico, senza sistema interattivo) un film “leggero”: Shreck, che  avevo visto giusto la sera prima con una mia amica e i nostri bambini. Intorno alle 18,00 eravamo di nuovo a Fiumicino. Messe le ruote a terra, accesi i telefonini, anche i passeggeri più pervicacemente immusoniti avevano compreso la portata dell’accaduto. Uno persino si scusò. I nostri ospiti erano attesi, dalla polizia e da rappresentanti della compagnia. Bisognava risistemare un intero paese: 400 persone. E noi fummo assistiti dai nostri capi e dalle persone del gruppo che si occupa di supporto in caso di disastri. E le prima cosa che ci dissero fu che i colleghi a New York stavano bene ed erano stati tutti contattati. La seconda: che avevano avvertito le vostre famiglie che saremmo rientrati.
L’aeroporto era stranamente silenzioso e al varco doganale riservato agli equipaggi si sentiva una tv che narrava l’accaduto. Tutto sembrava ovattato e strano. Era scomparso il solito menefreghismo diffuso. E tutti non vedevamo l’ora di rientrare a casa dalle nostre famiglie, nel nostro guscio. E solo a casa ho visto le immagini che hanno sconvolto il mondo e che continuano a sconvolgerci.
Questo è un racconto soft. A me è andata bene: quasi zero disagi. Ma alcuni dei nostri aerei sono partiti dall’Italia e, superato il punto di non ritorno, sono dovuti atterrare in aeroporti sovraffollati in posti disparati del Canada ed i loro occupanti ospitati in sistemazioni di fortuna, anche se  sostenuti dalle solidali popolazioni locali.
Molti equipaggi sono stati bloccati per giorni negli Stati Uniti, alcuni in una New York ferita a morte, in un coprifuoco effettivo e spirituale. Un collega racconta che era in albergo a Manhattan e che ha realizzato l’accaduto solamente quando uno degli addetti ai piani gli ha chiesto se poteva guardare ciò che succedeva dalla sua finestra che, pur lontana, permetteva di guardare le twin. Racconta, mi ricordo, che, insieme a quell’uomo che non conosceva ha assistito attonito a ciò che accadeva, osservando le torri ancora in piedi che fumavano ed infine  il crollo, e la nuvola dei detriti che si allungava dentro Manhattan percorrendone le arterie. Racconta anche di aver mentalmente stabilito un limite all’espansione di quella nube giallastra oltre il quale sarebbe sceso nella hall. E così ha fatto.

A me è andata bene, dicevo: sono rimasta a casa, messa di riserva, ad attendere l’evoluzione, smarrita e depressa, in contatto con altri depressi nelle medesime condizioni; e poi, alla riapertura dello spazio aereo statunitense, spedita di nuovo a New York, per atterrare in un surreale aeroporto vuoto.
Ricordo, in arrivo in città, la vista in lontananza, dal bus, di Manhattan, in un bellissimo e limpido pomeriggio di settembre, e tutti noi, ammutoliti, che guardavamo quella colonna di fumo giallo che un tempo erano le Torri Gemelle, mentre dei poliziotti ci controllavano i documenti ad un posto di blocco all’ingresso del tunnel per l’isola.
E la passeggiata successiva quasi in punta di piedi in una Manhattan attonita, colpita nell’anima, con la Fifth Avenue quasi esanime e adornata di drappi neri e Union Square, il santuario montato per evocare morti e dispersi, divenuto il confine del mondo ancora percorribile.

E’ stato quello il punto di non ritorno: l’ingresso in un mondo diverso e decisamente peggiore, da tutti i punti di vista.
Vorrei ricordare tutte le vittime del terrorismo, le vittime a terra, e i passeggeri e gli equipaggi di quei quattro voli, e di tutti quei voli finiti male per mano di altri uomini.
E vorrei sottolineare come volare vuol dire anche trovarsi coinvolti in eventi infausti, come attentati incidenti terremoti ed altre catastrofi, naturali e non, spesso lasciati nell’incertezza, nel non sapere ben definire ciò che si sta vivendo né come si evolverà, lontano dai propri affetti.
Qualcuno purtroppo in questi eventi ci ha rimesso la vita: tutti noi abbiamo lasciato un pezzo di cuore in quei posti a noi familiari, come le Twin Towers, cornici di un paesaggio e forse di un mondo che non c’è più.

martedì 5 luglio 2016

...a proposito di aerei, scioperi e informazione




Un paio di considerazioni:
vi siete sorbiti giorni e giorni di scioperi di Air France e Lufthansa senza profferire parola, spesso plaudendo al coraggio dei francesi. Non so se i francesi si sono attaccati a vicenda cercando di stigmatizzare negativamente i diritti altrui (che qui da noi si chiamano “privilegi”). In Italia succede ogni volta che qualcuno sciopera. Indipendentemente dai motivi.
Qui, nel caso non fosse chiaro, esistono leggi di regolamentazione degli scioperi nel trasporto aereo che sono molto più restrittive che altrove in Europa: le astensioni di più giorni consecutivi in questo paese non sono ammesse. Oggi c’è uno sciopero di ben 4 ore del personale navigante, in orari neutri e, a sentire qualcuno, sembra che stia venendo giù il cielo!
Il vecchio vituperato statuto dei lavoratori, picconato (scusate se non uso il termine “asfaltato” ma non ce la posso fare) dal liberismo postmoderno, con la complicità assassina e suicida dei sindacati, prevedeva oculatamente una tutela maggiore della parte considerata più debole, cioè i lavoratori, i quali, oggigiorno invece, ahinoi, devono sottostare a qualsiasi angheria perché ogni loro diritto è considerato appunto un “privilegio” e come tale trattato dai vari (beceri) commentatori.
Esiste un’altra asimmetria sostanziale di cui occorrerebbe tenere conto: è quella relativa al potere di informazione, che sta nella possibilità per le grandi aziende di incidere sull’agenda dei media e sui loro contenuti, grazie alla complicità acritica di molti (non tutti) giornalisti nostrani, che talvolta sono pronti a massacrare gli altri lavoratori facendo il gioco dei potenti,  senza mai farsi domande su quanto viene loro “passato”, evitando accuratamente di chiedere delucidazioni ad altre fonti, il tutto col fine demoralizzante di raccogliere le scarse briciole del nulla riservato ai poveri diavoli.
Inoltre, come accade, le aziende possono anche parlare  pubblicamente attraverso i propri siti e le proprie pagine sui social: e lo fanno talvolta in un modo discutibile fornendo informazioni parziali sulle motivazioni delle proteste, utilizzando l’appoggio stesso degli addetti aziendali ai social che prestano il fianco nello screditare gli altri lavoratori, il tutto mentre contemporaneamente si comminano sanzioni ai dipendenti per eventuali esternazioni critiche condivise sul web unicamente in  gruppi chiusi non accessibili al pubblico e ciò  in nome di un unilateralmente imposto (evidentemente)  codice etico.
A tal proposito: per chi ne fosse interessato ecco le ragioni dello sciopero Alitalia di oggi, come si evincono dalle comunicazioni ufficiali intercorse tra organizzazioni sindacali e ministero. Basta cercarle, leggerle e magari farne un copia/incolla dalle news letter di qualsiasi pagina web dei sindacati del settore:


        Corretta applicazione CCNL - side Letter 24-10-2014.

        Mancata applicazione note a verbale/dichiarazioni a verbale art.16 CCNL sezione prima PNT e art. 15 CCNL sezione seconda PNC.

        Mancata definizione meccanismi di sviluppo professionale tra i settori Regional e Medio raggio CCNL integrativo aziendale Alitalia-nota 2.

        Cessione attività di volo del Gruppo a vettori extraeuropei, in Wet Leasing, e relativa mancata applicazione CCNL di settore.

        Problematiche attività di volo (riduzione schedulati- attenzioni gestionali) - base Milano (nuovo CBC, procedura malattia, procedura vestiario, ecc.ecc.).

        Licenziamenti PNC.

        Mancato rispetto esonero lavoro notturno.

 
Ultimo appunto: il trasporto aereo italiano non esiste più e, sebbene il coro degli ottusi-collusi continui a ripetere ossessivamente il mantra dei privilegi dei dipendenti, le (una volta) nostre aziende appartengono adesso ad organizzazioni di altri paesi e questo grazie soprattutto alle incapacità politiche e manageriali dei vertici nostrani. E mentre i lavoratori vengono allegramente “esuberati” i manager incapaci si beccano fuoriuscite milionarie. E gli imprenditori italioti vengono protetti facendo pagare il conto al resto del paese.  Siamo un paese industrializzato che ha affondato il trasporto aereo, in un momento in cui è in crescita globale. Altri assumono mentre noi licenziamo.
E, nel caso non ve ne foste accorti i manager attuali del settore sono stati importati da contesti diversi nei quali hanno avuto sicuramente una vita più facile. Capisco che siano disorientati: devono fare i conti con un paese complesso in cui sopravvive ancora qualche flebile residuo di civilizzazione e welfare e nel quale le questioni come le pari opportunità o le tutele dei più deboli, per esempio, contano ancora un minimo, anche se per poco, visto che tutti noi cerchiamo incomprensibilmente di affossarle giorno dopo giorno.