martedì 5 luglio 2016

...a proposito di aerei, scioperi e informazione




Un paio di considerazioni:
vi siete sorbiti giorni e giorni di scioperi di Air France e Lufthansa senza profferire parola, spesso plaudendo al coraggio dei francesi. Non so se i francesi si sono attaccati a vicenda cercando di stigmatizzare negativamente i diritti altrui (che qui da noi si chiamano “privilegi”). In Italia succede ogni volta che qualcuno sciopera. Indipendentemente dai motivi.
Qui, nel caso non fosse chiaro, esistono leggi di regolamentazione degli scioperi nel trasporto aereo che sono molto più restrittive che altrove in Europa: le astensioni di più giorni consecutivi in questo paese non sono ammesse. Oggi c’è uno sciopero di ben 4 ore del personale navigante, in orari neutri e, a sentire qualcuno, sembra che stia venendo giù il cielo!
Il vecchio vituperato statuto dei lavoratori, picconato (scusate se non uso il termine “asfaltato” ma non ce la posso fare) dal liberismo postmoderno, con la complicità assassina e suicida dei sindacati, prevedeva oculatamente una tutela maggiore della parte considerata più debole, cioè i lavoratori, i quali, oggigiorno invece, ahinoi, devono sottostare a qualsiasi angheria perché ogni loro diritto è considerato appunto un “privilegio” e come tale trattato dai vari (beceri) commentatori.
Esiste un’altra asimmetria sostanziale di cui occorrerebbe tenere conto: è quella relativa al potere di informazione, che sta nella possibilità per le grandi aziende di incidere sull’agenda dei media e sui loro contenuti, grazie alla complicità acritica di molti (non tutti) giornalisti nostrani, che talvolta sono pronti a massacrare gli altri lavoratori facendo il gioco dei potenti,  senza mai farsi domande su quanto viene loro “passato”, evitando accuratamente di chiedere delucidazioni ad altre fonti, il tutto col fine demoralizzante di raccogliere le scarse briciole del nulla riservato ai poveri diavoli.
Inoltre, come accade, le aziende possono anche parlare  pubblicamente attraverso i propri siti e le proprie pagine sui social: e lo fanno talvolta in un modo discutibile fornendo informazioni parziali sulle motivazioni delle proteste, utilizzando l’appoggio stesso degli addetti aziendali ai social che prestano il fianco nello screditare gli altri lavoratori, il tutto mentre contemporaneamente si comminano sanzioni ai dipendenti per eventuali esternazioni critiche condivise sul web unicamente in  gruppi chiusi non accessibili al pubblico e ciò  in nome di un unilateralmente imposto (evidentemente)  codice etico.
A tal proposito: per chi ne fosse interessato ecco le ragioni dello sciopero Alitalia di oggi, come si evincono dalle comunicazioni ufficiali intercorse tra organizzazioni sindacali e ministero. Basta cercarle, leggerle e magari farne un copia/incolla dalle news letter di qualsiasi pagina web dei sindacati del settore:


        Corretta applicazione CCNL - side Letter 24-10-2014.

        Mancata applicazione note a verbale/dichiarazioni a verbale art.16 CCNL sezione prima PNT e art. 15 CCNL sezione seconda PNC.

        Mancata definizione meccanismi di sviluppo professionale tra i settori Regional e Medio raggio CCNL integrativo aziendale Alitalia-nota 2.

        Cessione attività di volo del Gruppo a vettori extraeuropei, in Wet Leasing, e relativa mancata applicazione CCNL di settore.

        Problematiche attività di volo (riduzione schedulati- attenzioni gestionali) - base Milano (nuovo CBC, procedura malattia, procedura vestiario, ecc.ecc.).

        Licenziamenti PNC.

        Mancato rispetto esonero lavoro notturno.

 
Ultimo appunto: il trasporto aereo italiano non esiste più e, sebbene il coro degli ottusi-collusi continui a ripetere ossessivamente il mantra dei privilegi dei dipendenti, le (una volta) nostre aziende appartengono adesso ad organizzazioni di altri paesi e questo grazie soprattutto alle incapacità politiche e manageriali dei vertici nostrani. E mentre i lavoratori vengono allegramente “esuberati” i manager incapaci si beccano fuoriuscite milionarie. E gli imprenditori italioti vengono protetti facendo pagare il conto al resto del paese.  Siamo un paese industrializzato che ha affondato il trasporto aereo, in un momento in cui è in crescita globale. Altri assumono mentre noi licenziamo.
E, nel caso non ve ne foste accorti i manager attuali del settore sono stati importati da contesti diversi nei quali hanno avuto sicuramente una vita più facile. Capisco che siano disorientati: devono fare i conti con un paese complesso in cui sopravvive ancora qualche flebile residuo di civilizzazione e welfare e nel quale le questioni come le pari opportunità o le tutele dei più deboli, per esempio, contano ancora un minimo, anche se per poco, visto che tutti noi cerchiamo incomprensibilmente di affossarle giorno dopo giorno. 

martedì 31 maggio 2016

Alitalia e le uniformi della discordia








Va bene, una divisa può anche non piacere. In fondo è un capo di abbigliamento. Nulla da eccepire sul rosso o sul verde di per sé, ma diciamocelo, insieme fanno a pugni. Certo, in natura sono presenti, spesso, nei peperoni, per esempio, nei pomodori, nei papaveri. Nei manufatti umani si trovano talvolta combinati, come nei semafori. O nelle decorazioni natalizie. E nella bandiera del nostro paese: sarà questo il richiamo allo stile italiano? Per il resto stenderei un velo pietoso, soprattutto sull’imposizione delle calze colorate a 70 denari (rosse o verdi, in contrasto col resto dell’uniforme). Le calze, destinate a essere indossate sempre, quindi anche nei piazzali aeroportuali nostrani con temperature estive che raggiungono e superano i 40°, hanno il difficile compito di massacrare esteticamente anche le gambe più belle. Figuriamoci cosa ne faranno di quelle che hanno subito 13 ore di volo oppure un numero imprecisato di decolli e atterraggi.
La povera Costanza, l’addetta social Alitalia, costretta a rispondere alle molte critiche sollevate sui social dal popolo della rete, al momento della rivelazione planetaria del nuovo look, ha avuto un gran da fare: per carità, alcuni hanno entusiasticamente approvato la novità, d’altronde la vecchia uniforme è in uso dal lontano ’98 e c’eravamo tutti un po’ stufati di vederla. Molti però hanno fatto notare che, colori a parte, riprende quella di Etihad. Bella scoperta: non è un caso, le menti che l’hanno partorita sono le stesse. E di certo la novità non ha entusiasmato chi la deve indossare. Soprattutto in volo. E soprattutto le donne.
Francamente, il servizio fotografico dedicato all’aerolinea  sul sito dello stilista Ettore Bilotta  disturba: perché la vera novità di questa uniforme è che è stata radicalmente rinnovata anche quella degli uomini (trasformata in un vestito ben lontano dal doppiopetto di foggia militare simile a quello dei piloti- e tocca domandarsi il significato di questa separazione tra le due categorie), tuttavia la figura maschile è presente, nella campagna, in una sola foto, il che ci riporta alla questione centrale, che riguarda appunto l’uso dell’immagine femminile dietro questa operazione. Prendete la foto delle modelle travestite da hostess sdraiate sul fieno. Oppure quella dove sono sedute in maniche di
camicia sui muri del Lungotevere. Ma che messaggio è?
E comunque: le modelle appunto sono modelle. E le foto sono foto: osare sui cartelloni può essere anche divertente, con qualche limite. Il personale Alitalia è invece composto da donne vere, che, nella maggioranza dei casi ha superato da un po’ la ventina. Alitalia sta, ahinoi, fra quelle tradizionali compagnie occidentali dove persino i front liner fanno una cosa ovvia: invecchiano, esattamente come ogni lavoratore, col benestare di un governo che decide che al lavoro ci si deve rimanere fino ad età avanzata. Per legge. E dovrebbero poterlo fare con rispetto altrui e dignità. Invece le indicazione date allo stilista che ha partorito la novità non hanno minimamente tenuto conto né della popolazione effettiva che indosserà l’uniforme né di quello che di questa ci si deve fare: e cioè lavorarci. Incuranti dell’evoluzione del trasporto aereo nel mondo occidentale, la nuova Alitalia ha riportato indietro di mezzo secolo l’immagine delle assistenti di volo. L’hostess è tornata a dover essere giovane e carina per l’eternità. Certo le compagnie orientali e quelle in forte ascesa provenienti dai paesi del Golfo Arabo hanno personale giovane in rapido turn-over. L’ingresso di queste ultime nel teatro europeo, oltre ad apportare una fonte di concorrenza iniqua (spesso queste sono finanziate dai governi, a differenza di quelle europee per le quali è vietato il finanziamento pubblico, secondo normative comunitarie) dà l’accesso anche ad aspetti culturali  che sembravano superati nel vecchio occidente.  Già da qualche tempo la compagnia ex tricolore ha deciso di imporre il rossetto di  colore rosso acceso a tutte le front liner, indiscriminatamente, perché Alitalia, pare si sia detto, deve essere ricordata per il rossetto delle sue addette (e c'è un richiamo all'idea pesino nel nuovo spot). L’idea basterebbe da sola a provocare inquietanti interrogativi, e magari anche qualche accenno di ribellione.
Alcune dissidenti, che hanno avuto l’ardire di presentarsi in azienda con rossetti meno accesi sono state ignominiosamente rimandate al mittente (nella neo istituita sala trucco). Inflessibili anche coi capelli, rigorosamente legati secondo le indicazioni di un team d’esperti, senza possibilità di variazione, adesso i tiranni dell’immagine AZ trovano l’appoggio incondizionato anche nel cappello a terrazzamenti delle cinque terre, che pare sia obbligatorio indossare con il viso scoperto. Quindi se non hai venticinque anni ed i capelli lunghi, problemi tuoi. Punto. Il messaggio è che devi essere ornamentale, prima di tutto, secondo canoni generici e omologati. La pratica, che va ben oltre la necessità di mantenere un aspetto gradevole e curato (secondo le indicazioni fornite a chi si accingeva a presentare domanda già una trentina d’anni fa), massacra l’amor proprio delle lavoratrici alle quali viene imposto acriticamente un look omogeneo adatto ad una ventenne che le fa sentire ridicole ed inadeguate, grazie al look retrò, alle calze colorate e all’improbabile cappellino. Era davvero necessario? O si tratta di una sorta di messaggio neanche troppo cifrato? Per non mortificare chi la indossa, un’uniforme dovrebbe essere universalmente compatibile e possibilmente sobria: prendete la divisa di Lacroix di Air France, elegantissima e portabile, o quella di Lufthansa, col suo versatile blu. Per esempio. La nuova Alitalia ha deciso invece di affidare la sua immagine a delle Barbie travestite da elfi natalizi.  Bella differenza con le compagnie del nordico occidente  alle cui assistenti di volo è felicemente concesso di invecchiare dentro uniformi che dignitosamente rispettano il trascorrere del tempo.


Come fa una persona che porta un abito che la mette a disagio ad esprimere eleganza? Dove sono finite le intuizioni rivoluzionarie di Coco Chanel   di più di un secolo fa? 



Ps. Ai critici della critica: Alitalia doveva investire in eventi comunicativi, ed anche nell’ottimo spot, il rilancio passa necessariamente da qua. Tuttavia è vero, la nuova Alitalia nella nuova Italia ha molti comportamenti discutibili verso i lavoratori, a partire da tagli, dai licenziamenti e altre nefandezze come la libera interpretazione delle leggi per le tutele sociali. Vero: bisognerebbe occuparsene. L’uniforme sembrerebbe un problema minore, tuttavia non bisogna sottovalutare come essa sia inevitabilmente legata alle idee e alle pratiche rispetto al genere e come rischi di ripristinare un sistema di diseguaglianze culturali e concettuali che sembrava superato.  Lasciare che alcune cose accadano senza neanche vederle vuol dire ridiscendere velocemente la china, faticosamente scalata dalle nostre madri, verso un diffuso concetto di ineguaglianza. L’indifferenza verso certi segnali è decisamente preoccupante, talvolta più dei segnali stessi.